Tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni sono utili
C’è una vecchia storia zen che racconta di un maestro che mostra la luna al suo discepolo. Il discepolo, però, continua a fissare il dito del maestro. È esattamente quello che succede quando confondiamo i modelli con la realtà: guardiamo il dito invece della luna. E in un mondo ossessionato dalle semplificazioni, questo errore sta diventando epidemico.
Durante un corso di formazione, ho assistito a una scena che mi ha fatto accapponare la pelle. Un formatore armato di slide colorate e grafici bidimensionali, spiegava con assoluta certezza che “esistono solo due tipi di persone”. Otto miliardi di esseri umani, con le loro storie, contraddizioni, sfumature, ridotti a due caselle. Mi sono chiesto se davvero credesse a quello che diceva o se fosse solo l’ennesima vittima del fascino perverso della semplificazione estrema.
Il paradosso del navigatore
Il navigatore GPS è forse la metafora perfetta per capire il rapporto tra modelli e realtà. Ti dice di svoltare a destra tra 200 metri, ma non ti avverte del cantiere che ha appena aperto, del cane che attraversa la strada o del fatto che quella via, sulla carta perfettamente percorribile, in realtà è un budello medievale dove a malapena passa una Smart. Eppure, provate a guidare in una città sconosciuta senza navigatore: vi ritroverete a girare in tondo come criceti impazziti.
Il punto è che abbiamo bisogno di entrambi: la mappa semplificata che ci orienta e l’occhio vigile sulla complessità del reale. Il problema sorge quando ci affidiamo ciecamente alla mappa, quando il modello da strumento diventa dogma. Come diceva il filosofo Alfred Korzybski, “la mappa non è il territorio”, ma quanti di noi vivono perennemente nella mappa, dimenticandosi di alzare lo sguardo?
La psicologia cognitiva ci insegna che il nostro cervello è naturalmente portato a semplificare. È un meccanismo di sopravvivenza: se dovessimo processare ogni singolo stimolo nella sua complessità, impazziremmo. Ma c’è differenza tra usare euristiche cognitive per navigare il quotidiano e credere che quelle euristiche siano la verità assoluta. Daniel Kahneman, nel suo “Pensieri lenti e veloci”, ha dimostrato come i nostri bias cognitivi ci portino costantemente a sopravvalutare la validità dei nostri modelli mentali.
L’esperienza come danza tra astratto e concreto
L’esperienza vera, quella che ci trasforma e ci fa crescere, nasce da un continuo balletto tra teoria e pratica, tra modello e realtà. È come imparare a suonare uno strumento: puoi studiare tutta la teoria musicale del mondo, ma se non metti le mani sul pianoforte rimarrai sempre un virtuoso da salotto. Al contrario, puoi suonare a orecchio per anni, ma senza teoria non riuscirai mai a capire veramente cosa stai facendo.
Ho visto manager applicare pedissequamente modelli di business appresi nei MBA senza mai chiedersi se fossero adatti al contesto specifico. Il risultato? Disastri annunciati. Ma ho visto anche imprenditori navigare a vista, rifiutando qualsiasi framework teorico, e naufragare per mancanza di bussola. La saggezza sta nel mezzo: usare i modelli come occhiali per vedere meglio, non come paraocchi che limitano la visione.
Forse dovremmo imparare dai bambini. Loro costruiscono continuamente modelli del mondo – “tutti i cani mordono”, “la nonna mi vuole bene perché mi dà i biscotti” – ma sono pronti a rivederli alla prima evidenza contraria. Noi adulti, invece, ci aggrappiamo ai nostri schemi mentali come naufraghi a una zattera, anche quando la zattera sta affondando. Il vero apprendimento richiede umiltà intellettuale: la capacità di dire “il mio modello era sbagliato” o, ancora meglio, “il mio modello è utile ma limitato”. Perché alla fine, come diceva George Box, “tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni sono utili”. La sfida è capire quali, quando e soprattutto fino a che punto.